setembro 10, 2015

“DIVINA COMMEDIA”: RAPPORTO TRA IL TESTO LETTERARIO E L’ILLUSTRAZIONE DEL CANTO VIII “DELL’INFERNO”

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Linda Salette Miceli FERREIRA[1]

 

Questo saggio presenta una parte della mia dissertação di mestrado sullo studio del Canto VIII del libro Inferno, della Divina Commedia[2], di Dante Alighieri (1265 – 1321), e l’illustrazione di questo canto fatta da Sandro Botticelli (1445 – 1510).

L’autore del brano di poesia che sarà analizzato in questo paragone tra il testo e l’immagine è Dante Alighieri. Si tratta di un autore di grande prestigio, essendo stato uno scrittore di grande influenza tanto per la cultura italiana quanto per quella occidentale. La sua è stata una vita movimentata, avendo egli scritto opere importanti e di grande peso e avendo egli avuto una partecipazione attiva nella politica di Firenze, città in cui abitava insieme alla famiglia.

Il suo legame con la politica era molto intenso, appartenendo a uno dei partiti politici della sua epoca, quello dei “Guelfi Bianchi”. A causa delle lotte politiche tra i “Guelfi Bianchi” e i “Guelfi Neri”, i “Bianchi” furono espulsi di Firenze e, facendo parte dell’élite fiorentina di quegli anni, Dante fu esiliato dalla sua città natale nel 1302, appunto, grazie alle sue scelte politiche nella vita pubblica.

Il poeta fiorentino cominciò la sua opera più conosciuta la Divina Commedia in esilio, e la divise in tre parti: l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso. Nel 1309, portò a termine il suo primo libro, l’Inferno, anni dopo, nel 1313, finì il Purgatorio e, nel 1321, nell’anno della sua morte, concluse l’ultimo, il Paradiso.

Questa e altre opere di Dante erano conosciute già nel Duecento. Va poi tenuto presente che circa 750 manoscritti dell’opera dantesca sono stati effettivamente realizzati e catalogati durante il Trecento e il Quattrocento, fatto che indica la circolazione delle opere dantesche oltre il suo tempo, per dirla con Ferroni (1992, p.110).

Uno dei primi copisti dell’opera letteraria di Dante fu Giovanni Boccaccio (1313 – 1375), il quale realizzò tre copie della Commedia. È opportuno rilevare l’importanza di Boccaccio per la divulgazione dell’opera dantesca, visto che fu lui ad aggiungere l’aggettivo Divina alla Commedia. In tal modo il nuovo titolo fu integrato all’originale soltanto nel Cinquecento italiano.

È possibile constatare che tra le Cantiche della Divina Commedia, l’Inferno è quella che fu illustrata e dipinta di più da artisti di tutto il mondo e forse il fatto è probabilmente dovuto alla plasticità delle descrizioni di questa parte del poema, anche se il testo dantesco è complesso nella sua forma e nella presentazione dei personaggi.

Riguardo l’importanza di Dante per la letteratura italiana, Ferroni (1992, p. 93) dichiara: “DANTE ALIGHIERI sintetizza le tendenze essenziali della letteratura del secolo XIII e crea allo stesso tempo modelli determinanti per tutta la letteratura italiana”.

Secondo Ferroni, Dante, nella sua opera più conosciuta e famosa, la Divina Commedia, articola la lingua italiana su livelli stilistici distinti, generando un ricco spazio letterario, come ancora non era stato visto in nessun’altra opera letteraria europea di quell’epoca. Inoltre, il poeta approffita della sua opera per rivelare i segni della crisi che attraversava l’Europa del Trecento. In questo modo, la densità storica che la sua poesia possiede rende possibile un’interpretazione dell’esistenza ascetica e dei valori morali cristani del periodo medievale. A proposito, Ferroni (1992, p. 111) afferma che:

D’altra parte, è la stessa forza dell’invenzione poetica a conferire realtà alla «narrazione» delle varie tappe del viaggio e dei personaggi incontrati. I significati vanno comunque ben al di là di una narrazione «fantastica». Per il poeta il suo viaggio è anzitutto un percorso di rendizione e riscatto, un’operazione ascetica che conduce alla verità e alla salvezza. Ma nello stesso tempo vuole offrirsi, secondo i canoni della letteratura morale medievale, come immagine esemplare di agni esperienza umana.

La Divina Commedia si presenta complessa per quei lettori che non conoscono il contesto medievale e, per capirla meglio, è necessario fare uno studio parallelo, sui personaggi presentati nel testo, permettendone una migliore comprensione. Occorre aggiungere che molti dei personaggi dell’opera poetica appartenevano all’ambiente socio-politico frequentato da Dante in vita e ciò che si percepisce dagli elementi storici è il giudizio centrato sulla conoscenza del mondo della sua epoca, ossia, del Duecento.

Ancora, sulla questione dell’importanza di quest’opera letteraria, Cataldi & Luperini (1994, p. XXV) affermano:

La Commedia è opera fortemente unitaria soprattutto per due ragioni: ha una organicità narrativa (è la storia di un viaggio avventuroso, con un ben individuato protagonista); ha una coerenza tematica (è la descrizione dell’oltretomba cristiano). Ed è opera totale, anche, in quanto affronta una materia (quella dell’aldilà e della salvezza eterna) che implica necessariamente, nella prospettiva cristiana, il coinvolgimento di tutte le questioni delle quali la mente umana è capace.

La suddetta affermazione mette in evidenza la singolarità di questo poema e anche le sue caratteristiche stilistiche che si riferiscono al fatto che i versi furono scritti in terza rima o terzina, un’invenzione di Dante medesimo, che scelse anche l’uso dell’endecassillabo in tutta l’opera. Reynolds (2011, p. 172) afferma che:

Versos em branco não eram usados em uma escrita vernacular. Dante amava rimar, concatenatio pulcra (“acoplamento bonito”), como ele dizia. A rima também é um auxílio à memória e uma produção contra omissões e alterações por copistas.[3]

Così, è noto che Dante si occupava già delle questioni relative al linguaggio nelle sue opere e la perfezione con la quale scriveva generò anche una nuova struttura, come detto prima, diventando così noto e singolare poeta.

La parte scelta del Progetto di Dissertazione del Master è stata specificamente il XV secolo, periodo del Rinascimento italiano e momento in cui l’opera dantesca fu ripresa dall’artista Sandro Botticelli. È necessario sottolineare che gli artisti che s’ispirarono alla Divina Commedia come, per esempio, Sandro Botticelli, nel XV secolo, Gustave Doré, nel XIX secolo, e altri che non ocorre elencare, realizzarono le loro opere artistiche ispirate da quest’opera letteraria e nella maggioranza dei casi, furono finanziati da qualche mecenate che aveva un interesse particolare intorno alla realizzazione di tali immagini, interesse notoriamente politico.

Bisogna  notare il momento nel quale l’opera dantesca fu ripresa: il Rinascimento, in Italia, che ancora non era un Regno e nemmeno un Paese e che si trovava totalmente frazionata in regioni e che non possedeva neanche un’unica lingua. I volgari cambiavano di regione in regione, generando, a volte, difficoltà di interazione tra gli individui che abitavano vicini, diventando problematica la comunicazione orale. Inoltre, è necessario menzionare che tale condizione, nonostante gli sforzi delle politiche linguistiche operate nella Penisola Italica, si protrasse per vari secoli, fino al XX secolo.

Oltre a essi, altri fattori come i problemi politici, il fatto stesso che l’Italia non fosse un paese unificato e non avesse una sola lingua, collaborarono, altresì, al mancato stimolo per la composizione di opere letterarie in lingua italiana; tuttavia, simultaneamente, ci fu l’ascesa delle arti, e fu, in questo momento, che gli artisti e gli intellettuali sentirono il bisogno d’innovare artisticamente. Questa fu una tendenza che caratterizzò il Rinascimento, il rilancio delle arti.

La prima manifestazione culturale rinascimentale avvenne nella Penisola italiana, nella regione della Toscana, ed ebbe come principali centri due città in particolare: Firenze e Siena. Da queste due città, questo movimento si diffuse per l’Europa occidentale; tuttavia la Penisola italiana continuò a essere il posto in cui questo movimento delle arti ebbe la sua maggiore espressione, a causa della quantità di artisti che rimasero in questi centri e anche a causa del mecenatismo, che contribuì all’alto valore artistico delle opere prodotte.

Per avere un panorama soddisfacente del movimento rinascimentale, è necessario conoscere gli ideali dell’Umanesimo, realizzatosi prima del Rinascimento. Ferroni (1992, p.131-132), su questo movimento che ha preceduto il Rinascimento italiano, afferma:

Il concetto di Umanesimo si riferisce a una cultura piú strettamente vicina agli uomini nella loro individualità e concretezza. Nello sviluppo di questa cultura gioca un ruolo fondamentale l’attenzione riservata al mondo classico, visto in contrapposizione alla mediocrità del presente. Ai toni elegiaci, nostalgici, patetici dell’atteggiamento tardo-gotico, quello umanistico sostituisce valori positivi e di equilibrio.

Questo movimento intellettuale, l’Umanesimo, accompagnò la nascita e lo sviluppo del Rinascimento dalla seconda metà del XIV fino al XVI secolo. Ebbe come caratteristiche principali il desiderio di riscoprire la cultura antica, ossia, la cultura classica[4], nei suoi valori più originali e autentici. Si perseguì, dunque, l’apprendimento della lingua dei classici e un modo di scrittura, in latino, somigliante a quello degli antichi scrittori.

Gli umanisti avevano alcune particolarità, come per esempio, il ripudio del sistema di pensiero dei secoli precedenti, e così studiarono l’uomo, la sua parola, la sua condotta, e lasciarono da parte il cosmo e le essenze metafisiche. Per questi intellettuali, esaltare la virtù dell’uomo significava conoscerne le manifestazioni individuali, mondane e sociali. Inoltre, essi si situavano al centro del mondo, ossia, non erano teocentristi, ma antropocentristi.

È possibile considerare quindi il Rinascimento come un movimento che iniziò quando l’Umanesimo era già maturo e che ereditò gli ideali umanisti quali, per esempio, l’evidenza empirica, l’uso della ragione, l’antropocentrismo, come menzionato prima e, soprattutto, il ritorno ai classici[5], tendendo alla perfezione e all’armonia nelle arti. Ancora a proposito dell’Umanesimo, Asor Rosa (1987, p.114) afferma:

Umanesimo significa appunto, da una parte, studia humanitas, cioè culto, amore ed interpretazione di quei testi classici in cui si può identificare una più propria e diretta nozione dell’umano; dall’altra centralità, essenzialità e preminenza dell’uomo nella costruzione e valutazione dell’universo.

Secondo Asor Rosa, è possibile osservare come il Rinascimento sia collegato all’Umanesimo, essendone la sua prima espressione, il cui fondamento principale si ritrova nella riscoperta e nella riproposizione della letteratura classica[6]. Questo movimento fu marcato da fenomeni che iniziarono nel XV secolo, fenomeni di sviluppo di nuove forme culturali, una grande produzione artistica, la ripresa delle attività economiche e una nuova attenzione alla vita terrena.

L’idea del Rinascimento si collega direttamente alla società italiana dei secoli XV e XVI; il che può aiutare a comprendere “la rinascita” dell’uomo e il suo svolgimento sociale e culturale, così come sostiene Asor Rosa. È possibile annoverare, tra le innovazioni rivoluzionarie di quell’epoca, un rinnovato interesse per la natura e un vitale ottimismo che elevava l’uomo a signore della natura. Si aggiunga a ciò la rinascita della letteratura in lingua volgare, che durante l’Umanesimo si propagò soltanto tra piccoli gruppi d’intellettuali, ma che, nel Rinascimento, divenne via via più popolare: lo sviluppo della stampa, infatti, favoriva la crescita del pubblico dei lettori.

In questo senso, gli uomini del Quattrocento e della prima metà del Cinquecento avevano un’attenta percezione del consolidarsi della vita civile, degli studi e delle tecniche, e tale percezione si fece nota attraverso il duraturo processo di ristrutturazione della società italiana all’uscita dalla crisi del Quattrocento. In questo modo, gli studiosi e gli artisti italiani riuscirono a convincersi di essere il centro della società europea, sentendosi guide della cultura dei Paesi ancora non usciti dalla crisi che esplose in quegli anni.

Tra i grandi artisti rinascimentali, chi ha messo in rapporto il testo della Divina Commedia e la sua immagine è stato l’artista Sandro Botticelli. È necessario rilevare che egli, grazie al mecenatismo, ha ripreso l’opera dantesca, illustrandone le tre Cantiche. La scelta del mecenate – Pier Lorenzo de’ Medici – per l’opera di Dante ebbe connotazioni politiche e sociali, fatto che contribuì sensibilmente all’idea della costruzione simbolica dell’identità italiana, che fu perseguita dagli intellettuali di quell’epoca.

Così, è valido notare che la funzione del mecenate all’epoca del Rinascimento ebbe una grande importanza, secondo quanto afferma Asor Rosa (1987, p.108):

Grande e crescente importanza assume perciò in questo quadro il fenomeno del mecenatismo, cioè la disponibilità del principe a finanziare l’esecuzione o la stampa di opere d’arte o letterarie e a sostentare intorno a sé con donativi e stipendi letterati, pittori, scultori, architetti, scienziati.

Asor Rosa chiarisce ancora che il mecenatismo presentava aspetti negativi come, per esempio, la tendenza alla subordinazione dell’artista al principe, però aveva anche alcuni punti positivi, come lo stimolo ad una maggior integrazione tra cultura e società civile.

Questi chiarimenti iniziali aiuteranno nell’interpretazione iconografica realizzata da Botticelli, del Canto VIII dell’Inferno, della Divina Commedia. Dunque, è necessario capire cosa descrive questo canto, attraverso un breve riassunto dei principali avvenimenti lì accaduti e, dopo, sarà commentata l’illustrazione di Botticelli dei fatti descritti, realizzando, alla fine, il paragone fra il testo letterario e l’illustrazione.

Nel Canto VIII, è possibile notare che Dante e Virgilio sono in riva al fiume Stige, nel quinto circolo infernale, luogo il quale si trovano gli iracondi, e sotto un’alta torre, da dove riescono a vedere un’altra torre più lontana; tra queste torri è descritto un cambio di segnali luminosi. Tali segni luminosi hanno la finalità di avvertire il barcaiolo Flegias[7] al momento dell’attraversamento delle anime dei dannati da un margine all’altro del fiume.

In seguito, Dante e Virgilio entrano nella barca e, mentre sono condotti all’altra sponda della palude, incontrano uno spirito nemico di Dante, chiamato Filippo Argenti, il quale prova ad attaccarlo, ma invano. Quest’ultimo viene, così, maltrattato dalle altre anime che lo accompagnano, fatto che, per certi versi, rallegra Dante. Va infatti tenuto presente che, in vita, quello spirito era un suo avversario politico, appartenente alla fazione dei Neri.

Quindi, quando Dante e Virgilio arrivano all’altra riva della palude, scendono fino alle porte della città di Dite, la città infernale, e trovano là vari demoni fermi, che impediscono loro l’ingresso, cosa che preoccupa profondamente Dante, il quale è assalito dal panico nel vederli. Comunque, Virgilio sapeva che un messaggero celeste sarebbe arrivato per aiutarli nell’ingresso della città.

Dopo questo breve riassunto, è necessario mostrare l’illustrazione di Botticelli a questo canto:

 

linda

 

È possibile verificare, nella figura soprastante, una narrativa iconografica abbastanza delineata, iniziata dalla parte superiore destra dell’immagine e continuata, quasi trasversalmente, fino alla parte inferiore sinistra dell’illustrazione. Dante e Virgilio appaiono costantemente in ogni tappa di questo percorso, facendo una descrizione puntuale degli avvenimenti citati nel poema.

È noto che ci sono due torri, le torri della città di Dite. In una di esse, quella che si trova nella parte frontale dell’illustrazione, si possono osservare due torce e, due anime affacciate a due finestre (una ad ogni finestra), che sono in fiamme. Le loro facce dimostrano dolore, perché hanno la boca aperta, la fronte increspata e uno sguardo quasi perso nell’orizzonte. Già nell’altra torre, è possibile verificare che una delle anime regge due torce nelle mani, accennando un sorriso.

Come già menzionato, Dante e Virgilio appaiono costantemente in quest’illustrazione e sono insieme nella parte superiore destra dell’immagine; Dante con il braccio sinistro alzato, all’altezza del suo petto, e l’altro all’altezza della sua spalla. Virgilio appare anche con la sua mano sinistra alzata, all’altezza della spalla, tenendo nella mano destra la sua tunica. Tutti e due gesticolano come se parlassero mentre seguivano il cammino.

Nella seconda apparizione, Virgilio, davanti a Dante, con il braccio destro alzato all’altezza della sua testa, fa vedere a Dante le torri della città. I due guardano in direzione dell’alto delle torri e Dante sembra essere impressionato. Seguendo il cammino che fin lì percorso, sono arrivati alla margine del fiume Stige.

Questa è la loro terza apparizione nella descrizione iconografica. In riva al fiume, essi guardano il fiume, che è pieno di anime erranti, anime che scontano i loro peccati, con i corpi nudi, contorcendosi nell’acqua. È possibile osservare una serie di fattori che indicano la sofferenza di tali anime: ci sono corpi immersi fino al collo, altri con la faccia fuori dall’acqua, guardando nella direzione di Dante e Virgilio; altri hanno le mani sulla testa e si strappano i capelli, con volto afflitto. Il dorso è fuori dall’acqua, essi hanno la bocca aperta e lanciano un grido di dolore. In acqua, oltre a tutti questi corpi, si nota la presenza di un barcaiolo, Flegias, la cui funzione è quella di traghettare le anime verso la città di Dite. Dopo di che osserva che Virgilio è chino davanti a Dante, con la mano destra che stringe la tunica e la sinistra rivolta verso la barca. Sembra voler parlare con Flegias. Dante appare, nell’illustrazione, dietro alla sua guida, con le mani all’altezza del petto, alludendo a un’attesa per dialogare con il barcaiolo. Flegias, nella sua barca, guarda nella direzione di Virgilio, stringendo con la mano sinistra il suo remo e alzando la destra nella direzione di Virgilio. Il barcaiolo è rappresentato con un’apparenza mostruosa: il corpo è umano, ma le ali sembrano di pipistrello e ha corna sulla testa.

La quarta apparizione di Dante e Virgilio nell’illustrazione ha luogo dentro la barca di Flegias. In essa, Virgilio appare due volte: in una scena, il poeta latino è raffigurato mentre spinge un’anima per distaccarla dalla barca; nell’altra abbraccia  Dante. Quest’anima tiene Virgilio con le due mani. La posizione del viso del poeta latino mostra che sta conversando con le altre anime nella barca. Virgilio è reclinato, con le braccia fuori dalla barca e appoggiate alle braccia di queste anime, una delle quali è Filippo Argenti, nemico di Dante, in vita. In quest’altra apparizione, nella quale Dante e Virgilio sono abbracciati, essi siedono dentro la barca e Virgilio stringe le braccia intorno al collo di Dante; in questa scena, si possono cogliere l’appoggio e la consolazione dati da Virgilio a Dante, nell’incontro spettrale col nemico. Flegias è seduto, con i remi in mano, e guarda di profilo verso il lato sinistro della barca. È necessario aggiungere che la barca è inclinata dalla destra alla sinistra nell’illustrazione.

In un’altra apparizione , la quinta, Dante e Virgilio si trovano nella città di Dite, fuori dall’imbarcazione di Flegias, che segue il suo cammino guardando in direzione dei poeti (fiorentino e latino). Virgilio, un’altra volta da solo, ha il braccio disteso davanti al suo corpo, nella direzione dei demoni, cercando di allontanarli da lui e da Dante. I demoni, con le corna sulla testa ed anche con le ali di pipistrello, cercano di avvicinarsi, come nel un tentativo d’impedire l’ingresso dei visitatori. I demoni sono descritti a partire dall’espressione rabbiosa, la cui visione è fissata in Virgilio. Tuttavia, uno di loro sembra scrutare chi lo guarda, allo stesso modo in cui Flegias sembra guardare, sorridendo, chi l’osserva.

Nell’ultima apparizione di Dante e Virgilio, nell’angolo inferiore sinistro dell’illustrazione, Dante appare con il volto afflitto, con la testa un poco inclinata verso sinistra e con le mani nell’altezza del mento. Questa sua disposizione allude a un richiamo. Il poeta fiorentino è di fronte alla sua guida, con le mani distese al suolo e la testa bassa. La sua posizione nell’illustrazione permette di intuire che Virgilio sta tranquillizzando Dante.

Quest’illustrazione del Canto VIII mostra la perfetta corrispondenza con i versi dell’opera letteraria. Si possono notare ancora, nella parte inferiore dell’illustrazione, circa cinque botole. Quelle scoperchiate sono piene d’anime che bruciano nel fuoco. È possibile guardare le loro teste cercando di uscire dalle botole, con le facce che denunciano afflizione e dolore, gli stessi sentimenti espressi dalle anime immerse nel fiume. È percepibile anche la presenza di una bara aperta e, in mezzo a fiamme infernali, di anime.

È possibile verificare che l’illustrazione presentata prima ha come caratteristiche l’equilibrio nella disposizione delle scene disegnate, equilibrio che può essere notato nella disposizione delle due torri, nell’armonia della figura delle torri e nell’asimmetria dei personaggi, in relazione alle torri. Un dettaglio presente in quest’illustrazione è la luminosità delle immagini del disegno, non vista nelle altre realizzate dallo stesso artista per l’opera dantesca. Non c’è la presenza dell’esagerazione, visto che non tutta l’immagine è investita dalla forma, però c’è la sequenzialità della scena e il movimento dei personaggi. È possibile notare, nell’illustrazione, che l’utillizzazione del chiaroscuro non è stata portata a termine, tenendo conto che i disegni sono solo abbozzati, il che, diversamente dalle altre immagini, non favorisce la percezione delle tenebre. Si osserva che, in questa illustrazione, c’è la profondità, ancorché impercettibile, nonostante la scena descritta sembri quasi piatta.

Segue il brano del Canto VIII, del libro Inferno della Divina Commedia, a cui si riferisce l’illustrazione di Botticelli presentata prima:

 

 

 

3

 

 

 

6

 

 

 

15

 

 

 

18

 

 

 

21

 

 

 

24

 

 

 

27

 

 

 

69

 

 

 

72

 

75

Io dico, seguitando, ch’assai prima

che noi fossimo al piè de l’alta torre,

li occhi nostri n’andar suso a la cima

 

per due fiammette che i vedremmo porre,

e un’altra da lungi render cenno,

tanto ch’a pena il poeta l’occhio tòrre.

[…]

Corda non pinse mai da sé saetta

che sí corresse via per l’aere snella,

com’io vidi una nave piccioletta

 

venir per l’acqua verso noi in quella,

sotto ’l governo d’un sol galeoto,

che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”.

 

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a voto»,

disse lo mio segnore, “a questa volta:

piú non ci avrai che sol passando il loto.»

 

Qual è colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

 

Lo duca mi discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand’io fui dentro parve carca.

[…]

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,

s’appressa la città c’ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo».

 

E io: «Maestro, già le sue meschite

là entro certe ne la valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite

 

fossero.» Ed ei mi disse: «Il foco etterno

ch’entro l’affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno.»

A partire dallo studio del rapporto tra il Canto VIII e la sua illustrazione fatta da Botticelli, nel poema di Dante c’è la descrizione, prima, di quello che può essere osservato nella raffigurazione dell’artista rinascimentale a proposito dell’alta torre della città di Dite. I personaggi (Dante e Virgilio) delle due opere analizzate osservano le due fiamme illuminate e ricevono le risposte degli altri due lumi lontani, riferendosi a un segnale del barcaiolo Flegias. Botticelli, nella sua illustrazione, ritrae accuratamente tutto il percorso di Dante e Virgilio, presentando, nella loro seconda apparizione, questa scena nella quale loro guardano le torri.

Dante, dal verso 13 al 27 del Canto VIII dell’Inferno, descrive il momento nel quale Dante vede il barco di Flegias, che si avvicina chiamando le anime funeste. Il barcaiolo scende dalla sua barca, per far salire le anime, e, nel momento in cui Dante fa il suo ingresso nell’imbarcazione, viene chiamato “anima viva”. Botticelli ha rappresentato questa scena nella terza apparizione di Dante e Virgilio, quando i due stavano per salire sulla barca. Nella quarta apparizione, il barcaiolo li ha con sé sulla barca, nel tragitto per la città di Dite.

I versi 67 a 75 dello stesso canto, trattano dell’arrivo di Dante e Virgilio alla città di Dite. Spetta alla guida Virgilio richiamare l’attenzione di Dante sul mondo dei morti prima dell’arrivo. Durante il cammino Dante e Virgilio incontreranno dei demoni e delle anime infernali. Botticelli presenta questa scena nella quinta apparizione dei due poeti, già nella città di Dite. Non è possibile capire il sentimento di Dante in relazione alle anime trovate nel percorso a lui ancora oscuro, però è possibile verificare il tentativo di Virgilio di allontanare i demoni da Dante.

Per quanto riguarda il Canto VIII dell’Inferno, Botticelli ha provato a riprodurre la maggior parte delle descrizioni fatte nel poema dantesco; tuttavia, molte volte non è possibile verificare questa fedeltà iconografica. Si crede che uno dei motivi dell’assenza di alcune scene di questo canto possa essere la perfezione sintetica, per evitare l’accumulo di molte informazioni che, insieme, potrebbero difficoltare la comprensione dell’osservatore.

Insomma, questo studio ha reso possibile l’esame non solo dell’importanza dell’opera dantesca, ma anche la valutazione delle motivazioni che portarono alla ripresa, tramite le illustrazioni, della Divina Commedia nel Rinascimento.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

ALIGHIERI, Dante. Divina Comédia / Dante Alighieri; João Trentino Ziller, tradução e notas; João Adolfo Hansen, notas de leitura; Henrique P. Xavier, notas à Comédia de Botticelli; Sandro Botticelli, desenhos. – Cotia, SP: Ateliê Editorial; Campinas, SP: Editora da Unicamp, 2010.

ASOR ROSA, Alberto. Storia della letteratura italiana. Firenze: La Nuova Italia, 1987.

CATALDI, Pietro; LUPERINI, Romano. Antologia della DIVINA COMMEDIA. Milano: Le Monnier, 1994.

FERRONI, Giulio. Profilo storico della letteratura italiana. Vol. I. Milano: Einaudi scuola, 1992.

REYNOLDS, Barbara. Dante – O poeta, o pensador e o homem. Trad. Maria de Fátima Siqueira de Madureira Marques. Rio de Janeiro, Record, 2011.

Come citare questo testo:

FERREIRA, L. S. M. Divina Commedia: rapporto tra il testo letterario e l’illustrazione del Canto VIII dell’Inferno. In: BRUNELLO, Yuri; SILVA, Rafael; MARCI, Giuseppe (orgs.). Novas perspectivas nos estudos de Italianística. Fortaleza: Substânsia, 2015.

[1] È dottoranda in Letteratura Italiana all’Universidade Federal do Rio de Janeiro/UFRJ.

[2] Alighieri (2010).

[3] “Versi in bianco non erano utilizzati nella scrittura volgare. Dante amava rimare, concatenatio pulchra (accoppiamento bello), come lui diceva. La rima è anche un ausilio alla memoria e alla produzione contro le omissioni e le alterazioni da copisti”. (La traduzione è nostra).

[4] Comprende i greci ed i romani.

[5] Greci e romani.

[6] Dei greci e romani.

[7] Personaggio mitologico, figlio di Marte e di Crise. Dante lo trasforma nel simbolo dell’impulso cieco di vendetta.