setembro 10, 2015

I TRANELLI DELLA NARRAZIONE IN “MENZOGNA E SORTILEGIO”, DI ELSA MORANTE

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Elena GAIDANO[1]

 

Diciamo spesso che con la pubblicazione del suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio, Elsa Morante apportò delle innovazioni alla narrativa rompendo con il modello neo-realista che prevaleva in Italia nel 1948. Tuttavia, è lecito chiedersi come sia possibile sostenere che vi sia una certa innovazione, se la scrittrice suggerisce, a prima vista, di adottare la forma del romanzo storico, genere che si affermò durante il Romanticismo all’ inizio del XIX secolo, e ancor di più se lei stessa suggerisce di optare per la forma del romanzo a puntate, che non era certo una novità. In realtà, anche se fu scritto tra il 1943 e il 1946, il romanzo sembra recuperare la tradizione dei romanzi di Stendhal e Tolstoj, in cui la narrazione rispecchia i mali della società umana.

Si tratta della storia della decadenza di una famiglia benestante dell’Italia meridionale che abbraccia tre generazioni, raccontata attraverso la visione allucinata di Elisa, giovane superstite della famiglia, che ha scelto di chiudersi in camera sua e di isolarsi completamente dal mondo.

La saga familiare inizia con il matrimonio “per interesse” di Cesira, nonna della narratrice e umile maestra di scuola, con Teodoro Massia, erede di una ricca famiglia aristocratica. Subito dopo il matrimonio, però, Cesira scopre che il marito è completamente rovinato, che deve consegnare la sua villa e anche i mobili ai suoi creditori, e che è stato anche ripudiato dalla famiglia. Non le resta quindi altra scelta se non quella di impartire lezioni private per provvedere al mantenimento di se stessa, di suo marito e di sua figlia Anna. Quest’ultima è cresciuta coltivando il mito di Edoardo, suo cugino, bel giovane della sua età, ma irascibile e completamente squilibrato, figlio di Concetta, la sorella più ricca di Teodoro, vedova e bigotta. Nonostante l’inimicizia tra i due rami della famiglia, i due giovani sono coinvolti affettivamente, uniti da un sentimento ambiguo. Edoardo finisce per abbandonare Anna, che – per dispetto – sposa il suo migliore amico, Francesco di Salvi, un povero studente con il volto deformato dal vaiolo, figlio di contadini, che si spaccia per barone e predica la trasformazione sociale radicale della società. I due avranno una figlia, Elisa, che è poi la voce narrante della storia. Anna, quando scopre che l’aristocrazia del marito è una cosa fittizia, lo disprezza. Edoardo si ammala e muore, il che porta alla follia Concetta, mentre Anna comincia a fantasticare, totalmente ossessionata dal cugino. Anni dopo, Francesco muore a causa di un infortunio sul lavoro, presto seguito dalla moglie, completamente ossessionata e invaghita di Edoardo. Elisa viene affidata a Rosaria, ex fidanzata e amante di Francesco che a sua volta aveva tradito, in gioventù, con Edoardo. Rosaria diventa amica e confidente della ragazza. Con la morte di Rosaria, Elisa si ritrova sola e inizia a raccontare la storia della famiglia, come una forma di redenzione.

Quando diciamo che Elsa Morante sembra riprendere la tradizione del romanzo storico, è perché, in realtà, la scrittrice costruisce la sua narrazione in modo abbastanza singolare, a cominciare dal fatto che il suo romanzo non è inserito né nel tempo né nello spazio, un elemento che è paradossale per quanto riguarda il genere del romanzo storico, come giustamente ha sottolineato la critica. Trattandosi di una storia brillante, magistralmente narrata in più di 700 pagine, nello stile sobrio ed elegante che caratterizza l’autrice, l’opera ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica e le è valsa il Premio Viareggio. Infatti, i critici hanno scritto molto circa la natura contraddittoria della trama e dei personaggi, senza mai arrivare a mettere in dubbio, vista la mancanza di riferimenti storici, la tesi che fosse realmente un romanzo storico. Alcuni addirittura sono arrivati al punto di assegnare all’opera un valore autobiografico e quasi tutti hanno insistito nel situare il romanzo in Sicilia, luogo di nascita del padre biologico della Morante, in contrasto con l’intenzione della scrittrice, che deliberatamente ha omesso questa informazione.

Nella nostra tesi di Master, l’intenzione é stata quella di dimostrare che la critica nel suo complesso non ha colto dell’autrice l’intenzione, così innovativa e radicale, di destrutturare completamente la forma del romanzo storico dal suo interno, non seguendo gli stessi modelli e i precetti caratteristici del genere che lei stessa finge di adottare.

Dopo aver proceduto alla revisione della fortuna critica dell’autrice, ci è sembrato strano come nessuno dei grandi critici letterari e accademici che si sono affacciati a Menzogna e sortilegio quali Carlo Sgorlon, Cesare Garboli, Alfonso Berardinelli, Asor Rosa e addirittura Pier Paolo Pasolini si fossero chiesti che motivazione avrebbe portato un romanziere con il talento di Elsa Morante ad adottare un genere letterario non coerente, in linea di principio, con gli argomenti che lei intendeva affrontare. Perché è chiaro che, pur trattandosi del suo primo romanzo, la scrittrice contava ormai una vasta esperienza e aveva già pubblicato numerosi racconti; di conseguenza sapeva in anticipo che la struttura del romanzo storico non poteva servire a sostenere, tra le altre cose, il discorso psicoanalitico, né la denuncia della disuguaglianza sociale e degli eccessi delle élite, l’elemento magico, la non-divisione tra il mondo dei vivi e dei morti, per citare solo alcuni degli esempi più eclatanti tra i temi che sono al centro di questa apparente contraddizione. La nostra tesi è che la scrittrice si è valsa di questo simulacro deliberatamente per mettere in discussione e interrogarsi sulla rigidità della classificazione dei generi letterari, in un modo così audace e ironico che finì per confondere anche i critici più esperti, che, trasportati dalla forza e dall’impeto della narrazione e irretiti dal sortilegio lanciato da Elsa Morante, si sono limitati a lodare il lavoro e il suo stile, senza rendersi conto della trappola accuratamente preparata dalla romanziera.

Abbiamo fondato la nostra tesi, mostrando che, non solo attraverso la contraddizione tematica, l’autrice ha destrutturato il romanzo storico. Per raggiungere il suo intento di smontarlo dal di dentro, la scrittrice ha fatto ricorso a caratteristiche sottili appartenenti al campo della tecnica narrativa e ha sviluppato ingegnosi meccanismi, semplici e complessi allo stesso tempo, di manipolazione e sovvertimento metodico dei tre elementi chiave che costituiscono l’architrave di qualsiasi narrazione – vale a dire, il tempo, lo spazio e i personaggi / narratore. Ricordiamo che nel romanzo storico, ovviamente, questi tre elementi sono sempre e necessariamente molto oggettivi e quindi ben definiti e ordinati, mentre l’intera narrazione in Menzogna e sortilegio è organizzata intorno all’asse dell’ambiguità.

Per quanto riguarda il periodo storico, siccome sono menzionate carrozze e carretti trainati da cavalli e una montagna di vetro rotto prodotto dalla perdita di una fabbrica di bottiglie, e ci sono treni e anche grammofoni, può essere localizzato (per deduzione del lettore) all’inizio del XX secolo, anche se la descrizione dei rapporti di produzione e sociali di dipendenza tra la nobiltà e i contadini si riferiscono a un tempo più remoto e arcaico, quasi feudale. L’ostentata assenza di qualsiasi riferimento alla grande borghesia industriale e alla classe operaia è chiaramente intenzionale e serve a rafforzare ulteriormente questo senso di ambiguità storica e dislocazione temporale che pervade l’intera opera.

Inoltre, questo effetto è causato dalla forma lunga dei titoli successivi, che sembrano riassumere i capitoli, suggerendo la forma della struttura narrativa del romanzo a dispensa, tipica del diciannovesimo secolo. Tuttavia, ancora una volta, il narratore prende in giro sistematicamente il genere che finge di adottare, non rispettando la necessaria corrispondenza tra titolo e contenuto. In effetti, lei sceglie come titoli elementi che scappano al nucleo della narrazione, con riferimenti apparentemente privi di rilevanza nel capitolo citato. È chiaro che questo dispositivo genera aspettativa nel lettore, che alla fine del capitolo risulta frustrata. Ecco un esempio che illustra in modo decisamente interessante questo meccanismo: “L’anello ritorna al primo proprietario” è il titolo del sesto capitolo, in cui la protagonista, di ritorno dal funerale di suo marito appena morto in un incidente sul lavoro. scopre che lui la tradiva: arrivata a casa si trova di fronte la sua amante, che la accusa di averlo assassinato! È in questo capitolo che viene descritta la lunga agonia e la morte del protagonista.

Inoltre, il romanzo è caratterizzato dalla presenza di elementi temporali risalenti a un’epoca anteriore alla narrazione, fatto che è stato evidenziato da alcuni critici come Carlo Sgorlon e Cesare Garboli, battezzato da parte di quest’ultimo “effetto stilistico di retrodatazione”[2]

D’altra parte, dal punto di vista temporale, è evidente un’altra discrepanza tra Menzogna e sortilegio e lo stile classico del romanzo storico: lo sviluppo cronologico. Considerando che, in questo genere, gli eventi sono di solito narrati in ordine cronologico, la Morante inizia il suo romanzo in ultimi res con la sezione intitolata “Introduzione alla storia della mia famiglia”, che racconta in realtà come finisce la saga familiare. Poi la scrittrice prosegue, a volte ricorrendo a prolessi (discorso in previsione di qualcosa che capiterà cronologicamente più avanti nella storia), narrandoci, per esempio, della morte della nonna Cesira nel primo capitolo e, nei capitoli successivi, del matrimonio, della nascita di sua figlia e della sua vita coniugale. Nei due capitoli seguenti non si parla più di lei, ma quando torna in scena, nel sesto capitolo, quello che narra della morte di Teodoro, suo marito, siamo improvvisamente trascinati via e gettati indietro verso l’infanzia di Cesira, senza tanti complimenti. Da lì si succedono, in un lungo flashback, numerosi eventi legati al contesto familiare e all’infanzia di Cesira. Questo fenomeno dell’anacronismo può essere osservato nei riguardi di quasi tutti i personaggi e percorre quasi tutta la complessa tessitura dell’intrigo, costringendo il lettore a un costante movimento avanti e indietro nel tempo, che acuisce l’ambiguità temporale e intreccia i destini e i discorsi dei personaggi, fatto, questo, che naturalmente contraddice i precetti del romanzo storico.

Per rafforzare ancora questa contraddizione, quando fa qualche riferimento al tempo, dal punto di vista esterno ai personaggi, Elisa, voce narrante di Menzogna e sortilegio, spesso ricorre a un tipo di riferimento arcaico e generico di significato cosmico, il quale, come ha fatto ben notare Norbert Elias (1998), nel suo libro interamente dedicato allo studio del tempo, è tipico delle società più primitive, come il ritmo delle stagioni, la caduta della prima neve dell’anno, il vento caldo che preannuncia l’arrivo della primavera, le fasi lunari, e così via.

Un altro elemento importante è il fatto che l’autrice ha costruito i protagonisti di Menzogna e sortilegio dal punto di vista della polifonia e del dialogismo, per usare la terminologia coniata da Bachtin. Di conseguenza, il romanzo è strutturato come un puzzle, un match raccordo in cui tutti i personaggi si intrecciano, si definiscono, si rafforzano o si contrastano in un dialogo incessante e infinito, in modo che ogni tentativo di isolare un solo personaggio, per estrarlo dal groviglio di interazione con gli altri personaggi è destinato al fallimento in anticipo poiché sarebbe necessario ridurlo, impoverendolo definitivamente, deturpando la sua identità e turbando la sua comprensione – insomma, ciò equivarrebbe a renderlo monologico. Una volta costruiti in un continuo gioco di rimandi reciproci, questi personaggi tormentati si muovono nel loro complesso universo, composti da elementi di mondi nebulosi in equilibrio instabile tra follia e menzogna, tra l’amore e l’odio, tra la vita e la morte, e dove tutto si fonde, tutto è fragile e precario, niente è ciò che sembra e la realtà cede il passo alla pura immaginazione fantastica o delirante.

In realtà, dire – come abbiamo fatto in precedenza – che Elsa Morante costruisce o crea personaggi è estremamente riduttivo, a meno che non intendiamo l’espressione “crea” non come “concepire, immaginare, inventare o sviluppare”, ma come “coltivare”, o “crescere in contatto con qualcuno”. In Menzogna e sortilegio, in effetti, la Morante tesse un ricco substrato che comprende molti universi sociali indipendenti, ognuno con le proprie caratteristiche, particolarità, e le proprie regole, che a volte si sovrappongono, a volte coincidono, a volte si scontrano e si respingono violentemente, si combinano o formano incroci, definiscono e ridefiniscono se stessi in modo permanente in questo processo di dialogo ininterrotto e senza fine. Ed è allora da questi universi che nascono spontaneamente e autonomamente vari personaggi, che non hanno nulla della bidimensionalità, della piattezza e della stasi che di solito caratterizzano i personaggi della fiction. Tra l’altro, essi presentano tutte le qualità di persone in carne e ossa, perché hanno profonda consapevolezza di se stessi come individui, di avere un punto di vista unico sul mondo intorno a loro, e perché sono in fase di evoluzione permanente e quindi sono necessariamente mutevoli e contraddittori. Ed è soprattutto nell’instabilità e nell’inconcludenza di questi personaggi che noi lettori riconosciamo noi stessi: per il fatto di rimanere sempre incompiuti, inconclusi, capaci di diventare qualsiasi cosa e a trasformarsi radicalmente in qualsiasi momento.

Infine, Menzogna e sortilegio inizia con una finta introduzione dal titolo “Introduzione alla Storia della Mia Famiglia“, il tutto narrato al tempo presente, in cui il narratore prende l’“io” della prima persona del discorso, si presenta e, riferendosi al male menzogna velenosa che imperversa in tutta la sua famiglia, confessa di essere “la più malata di tutti”, ma comunque dice di voler raccontare la vera storia della famiglia e presenta la storia come un modo per liberarsi dai suoi fantasmi, guarire e poi finalmente lasciare la sua stanza dove ormai da quindici anni si ritira in un mondo di fantasie e menzogne. E siccome la sfiducia appartiene al culto delle bugie, lei scrupolosamente e ripetutamente proclama la sua intenzione di raccogliere la testimonianza veritiera sulla malattia che ha colpito la sua famiglia. Infine, tutto questo discorso allude alla pratica psicoanalitica, il che allontana sempre più il suo testo dalla retorica del romanzo storico.

È noto che Freud consigliava di sviluppare la psicoanalisi su un piano orale: qui si può il marchio di oralità che caratterizza l’intera introduzione, l’Epilogo e di alcuni tratti di Menzogna e sortilegio, rafforza la tendenza del lettore (e, come abbiamo visto, molte delle critiche d’epoca), che qualifica questa strategia discorsiva come racconto autobiografico, in un processo che è chiaramente analogo al discorso psicoanalitico in quanto produce un testo da analizzare e interpretare. Quindi, a quanto pare, il narratore si afferma anche come vero ricettore perché Elisa scrive l’epopea famigliare a titolo di esercizio di “esorcismo”, come uno che scrive un diario. E questo dato segna una contraddizione con la formula che Elisa adotta nel rivolgersi direttamente al lettore e che si può ritrovare in tutta la sua narrativa.

Un altro fatto curioso è che nessun critico si è mai soffermato sull’Introduzione e sull’Epilogo, come se questi non fossero assolutamente parte del romanzo, anche se sosteniamo che proprio queste due parti sono quelle deputate allo stabilimento e alla determinazione della voce e del patto narrativo e quindi sono la causa delle distorsioni e delle analisi sbagliate della critica. È interessante notare che, anche soffermandosi a lungo sulla voce narrante, Garboli stesso analizza e elenca nominalmente tutte le parti di Menzogna e sortilegio ma non menziona né l’introduzione né l’epilogo, come se questi in realtà non costituissero parti integranti dell’universo romanzesco e finisce per cadere anche lui nella trappola del gioco immaginario ordito dalla scrittrice!

A dire il vero, l’unica cosa cui il romanzo è fedele alla lettera è il titolo: tutto lì è menzognero; tutto è finzione, simulacro, sembra ciò che non è. Per quanto riguarda il sortilegio lanciato dalla Morante, che veniva spesso chiamata “fattucchiera” dalla stampa, questo si è rivelato davvero potente, al punto di indurre i grandi critici accademici a comportarsi come lettori inesperti del mondo della fiction.  Questi “dettagli” di Menzogna e sortilegio ‑ in realtà veri e propri tranelli e provocazioni ‑ passarono inosservati da tutti e niente di tutto questo fu ventilato durante la lunga polemica suscitata dal romanzo (in cui sono stati coinvolti nomi di prestigio come Gyorgy Lukàcs) a proposito della controversia sulla classificazione di Menzogna e sortilegio come romanzo storico o meno, anche se certi studiosi hanno notato e indicato alcune contraddizioni del libro, soprattutto per quanto concerne le questioni di ordine cronologico e la mancanza di qualsiasi riferimento storico nella sua narrativa.  Ciononostante, si ha l’impressione che tutti si siano semplicemente arresi al sortilegio, lasciandosi trascinare al punto di non percepire che si tratta di strumenti, di tecniche narrative e meccanismi messi a punto dalla scrittrice con lo scopo deliberato di destrutturare il genere del romanzo storico a partire dal suo interno.

 

Referenze bibliografiche

BAKHTIN, Mikhail.  La poétique de Dostoievski.  Paris: Éditions du Seuil, 1970.

BERARDINELLI, Alfonso.  Não incentivem o romance e outros ensaios.  São Paulo:  Nova Alexandria/Humanitas Editorial, 2007.

BERARDINELLI, Alfonso.  Tra il libro e la vita.  Situazioni della letteratura contemporanea.  Turim:  Bollati Boringhieri, 1990.

BEZERRA, Paulo.  Polifonia.  In:  BRAIT, Beth (organização).  Conceitos-chave.  2. ed. São Paulo:  Contexto, 2005.

ELIAS, Norbert.  Sobre o tempo.  Rio de Janeiro:  Jorge Zahar Ed., 1998.

GAIDANO, Elena.  Menzogna e sortilegio de Elsa Morante:  Do simulacro como ficção.  Dissertação de mestrado.  Rio de Janeiro:  UFRJ, 2010.

GARBOLI, Cesare.  Introduzione.  In MORANTE, Elsa.  Menzogna e sortilegio.  Turim:  Giulio Einaudi Editore, 1994.

MORANTE, Elsa.  Menzogna e sortilegio.  Turim:  Giulio Einaudi Editore, 1994.

PASOLINI, Pier Paolo.  Descrizioni di descrizioni.  Org. Graziella Chiarcossi.  Milão:  Garzanti Editore, 2006.

ROSA, Alberto Asor.  I fondamenti epistemologici della letteratura italiana del Novecento.  In:  ROSA, Alberto Asor.  Letteratura italiana del Novecento.  Bilancio di un secolo.  Turim:  Einaudi, 2000.

SGORLON, Carlo.  Invito alla lettura di Elsa Morante.  Milão:  Ugo Mursia Editore, 1972.

[1] Ha ottenuto il suo Dottorato in Lingue Neolatine presso l’Universidade Federal de Rio de Janeiro/UFRJ.

[2] (Garboli 1994, p. XIII).