setembro 10, 2015

IL PERSONAGGIO MATERNO “MARIAGRAZIA” NEL ROMANZO “GLI INDIFFERENTI”, DI ALBERTO MORAVIA

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Andréa Cabral de Souza GOMES[1]

 

In questo articolo verrà discussa la rappresentazione letteraria della figura materna e la sua importanza come figura centrale, nucleo della famiglia, osservandone il crollo nell’opera dello scrittore italiano Alberto Moravia.

Alberto Pincherle, nato nel 1907, è divenuto noto come Moravia. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1929, Gli Indifferenti, con il quale è stato considerato da molti critici come il precursore del movimento neorealista. Moravia è stato preso da alcuni come modello per le narrative degli anni 1940 e 1950. Da questo primo romanzo, lo scrittore romano ha avuto una grande attuazione in diversi campi artistici come la letteratura, il cinema e il teatro.

Si può dire che il primo romanzo di Moravia intraprenda un’analisi morale che raffigura la società borghese del fascismo italiano. Quest’opera è formata da un gruppo di persone provenienti dal mondo borghese, che si rifiuta di riconoscere le apparenze nelle quali loro vivono nel clima e nell’ atmosfera di contrasto tra di loro, quindi non possono essere onesti con loro stessi.

Su questi personnaggi del romanzo di Moravia, il critico letterario Edoardo Sanguinetti conferma:

[…]Il personaggio di Moravia non è più il personaggio tipico del tradizionale romanzo borghese, frutto di una proiezione ideologica univoca e compatta, non è più un eroe in cui si configurino, tipicamente, valori positivi o negativi nettamente determinati. La tensione eroica […] crolla […] per dissolversi […] in una ambigua indifferenza etica.[2]

Per il critico Cesare Segre (2004, p.28), “Moravia usa un linguaggio quotidiano con molti dialoghi, dedica un’ attenzione totale ad ambienti e oggetti, è solo preso dal suo tema”. Il tema utilizzato è stato quello della famiglia.

L’autore ha descritto la società borghese degli anni del fascismo italiano, denunciando il fallimento della famiglia, di una madre in uno stato di alienazione e incomunicabilità con gli altri personaggi, la preoccupazione di tutti i personaggi con il mantenimento dello status sociale ed anche l’indifferenza del sentimento materno.

Tale descrizione ha suscitato un’antipatia nei capi fascisti per avere demistificato la famiglia italiana borghese, denunciando completamente la falsa morale che esisteva nella dittatura fascista che diffondeva un’immaginepositiva della famiglia italiana nella società.

In un’intervista al giornalista Elkann (2000, p.276), lo scrittore romano spiega il motivo della scelta per il tema della famiglia “perchè il nucleo familiare è un microcosmo in cui, come si dice, si specchia il macrocosmo. Cioè nel quale tutto ciò che è particolare e privato è costretto dal carattere dell’istituzione familiare a convivere con tutto ciò che è sociale e pubblico”.

Nella letteratura, in genere, la rappresentazione di personaggi femminili/materni e  quindi della famiglia,  ha una composizione basata sui modelli risultanti dai processi storici e culturali sin dall’epoca di Platone.

La famiglia è un fattore importante per la costruzione della persona nella società. Non è un caso che il fascismo italiano ha avuto nella famiglia una cellula fondamentale per la società italiana di quel tempo, concentrandosi sulla figura materna. Per questa ragione, è la madre il nucleo della cellula e la sua assenza rompe quest’istituzione.

In questo senso, Platone, nella sua opera La Repubblica, è il precursore delle caratteristiche dell’archetipo moglie/madre nella società ellenica e stabilisce un valore predeterminato al suo ruolo. Così ha costruito la nozione nella comprensione della donna come elemento centrale della famiglia. Questo progetto è durato nella società nel corso della storia.

La costruzione platonica dell’idealizzazione della donna e madre ha attraversato il tempo, è stata riprodotta nella letteratura e nella società da numerosi studiosi e pensatori. In questa riproduzione, veniva stabilita una posizione piena di pregiudizi riguardo alla donna che, come osservato nell’opera La Repubblica, era vista come un oggetto attivo soltanto quando il suo agire era finalizzato alla riproduzione per un certo periodo di tempo. La donna, insomma, era La donna, insomma, era concepita come un essere umano minore, tanto sul piano e morale così come sul piano intellettuale.

Così si può osservare fin dai tempi di Platone, l’ethos della polis greca ha caratterizzato la donna con la funzione della procreazione e la cura dei figli, casa e marito. Ciò è evidente nel seguente brano di Platone (2012, p.152)[3]: “As mulheres todas serão comuns a todos esses homens, e nenhuma coabitará, em particular, com nenhum deles; e por sua vez, os filhos serão comuns e nem os pais saberão quem são os seus próprios filhos, nem os filhos, os pais”.

Il ruolo delle donne e degli uomini nella società è rimasto ben definito fin dall’antichità. La donna deve adattarsi all’istruzione dei figli e al benessere della famiglia, agli uomini spetta il sostentamento , spesso della comunità in cui vive, assumendo il posto di “capofamiglia”.

Questo ruolo del maschio nella società si manifesta attraverso il patriarcato e evidenzia la sottomissione delle donne agli uomini. Tali valori etici cristiani sono stati tesi a  mantenere  le donne nel loro ruolo definito solo all’interno della famiglia, cioè nella sfera del lavoro domestico. Pertanto, il dominio degli uomini sulle donne è caratterizzato come un elemento sociale e culturale, come ha sottolineato Bourdieu (2011, p.16).

In questo modo, in queste società non vi era alcun dubbio sul ruolo delle donne in cui hanno vissuto, che era già predeterminato dalla nascita. Pertanto, lo scopo della vita era il matrimonio e la continuità della famiglia attraverso la procreazione. Le donne che non erano in grado di generare erano state “semplicemente” abbandonate dal marito e dovevano evitare la società.

Anche a questo proposito, Bourdieu (2011, p.105) afferma che:

[…]avremmo dovuto prendere in considerazione il ruolo dello Stato, che è venuto a ratificare e rafforzare le prescrizioni e proscrizioni del patriarcato privato sia con un patriarcato pubblico, inscritto in tutte le istituzioni responsabili della gestione e della regolamentazione  della vita quotidiana dell’unità domestica.

Nel corso dei secoli, la maternità è stata indicata da molti autori come la funzione principale della donna. Lei era il nucleo della cellula familiare. Pertanto, il ruolo di madre rappresentava il compimento, la realizzazione e l’acquisizione di prestigio nella società. Questa descrizione è presente nei testi classicia partire dal momento platonico.

Nella cultura italiana, la “mamma” viene definita come una figura  rappresentativa che traduce la lotta per la famiglia e la tutela della prole senza perdere la tenerezza. Questa figura immaginaria è arrivata fino ad oggi attraverso il teatro, la letteratura e il cinema.

La teoria del patriarcato si concretizzò anche nella società attraverso il cristianesimo e il cattolicesimo, che hanno rafforzato la funzione procreativa della donna. Questa teoria è passata attraverso molti secoli, essendo stata raccomandata dalla Chiesa, è stato utilizzata anche da Stati autoritari, come nel caso specifico dell’Italia, con la dittatura fascista di Benito Mussolini.

In tal modo, il dittatore  ha fondamentato le sue convinzioni sul dominio degli uomini rispetto alle donne. Secondo Perrot (2012, p.72), in questi Stati totalitari, come in Italia, c’è stata una politica demografica di natalità favorevole alle famiglie numerose e alle donne che operassero all’interno dello spazio privato.

Uno dei concetti radicati dall’ideologia patriarcale fascista era un’educazione familiare trasmessa attraverso delle scuole create da Mussolini con i corsi per casalinghe e soprattutto l’educazione dei figli e la maternità. Le donne avevano una sola preocupazione: lo scopo di procreare per partecipare alla creazione di una nazione numerosa.

Il regime fascista di Benito Mussolini necessitava della collaborazione delle donne per la creazione di una Italia fascista, dunque, usò di diversi mezzi per incrementare le nascite. Mussolini istituì nell`ambito delle riforme sociali la creazione dell’O.N.M.I (Opera Nazionale per la Maternità ed Infanzia), l’esonero del pagamento delle imposte per le famiglie con almeno dieci figli, un premio in denaro alle madri più prolifiche – tutte queste con la finalità di assistere le madri e la loro prole.

Queste nozioni di famiglia e di formazione individuale sono utilizzate dalla dittatura di Mussolini, tramite la pubblicità,  con lo scopo di riscattare l’identità italiana, tenendo come punto di referimento la grandezza dell’Impero Romano.

Il ruolo della donna sostenuto dal fascismo deve necessariamente abbandonare i valori della società europea del XX secolo e accettare l’ideologia del regime fascista il cui obiettivo principale era quello di stabilire ruoli precisi per l’uomo e per la donna sia all’interno della famiglia sia nella società civile italiana.

L’argomento del ruolo della donna nella società, secondo Bourdieu, è determinato dalla  dicotomia cultura e natura. La natura definisce l’essere maschio o femmina, dalla nascita alla vita in società; la natura dell’uomo è la forza/potenza, e quella della donna, la fragilità/maternità. L’uomo agisce nella sfera pubblica e la donna nel privato.

Tali questioni non sono presenti, tuttavia,  nel romanzo Gli Indifferenti, giacché il personaggio Mariagrazia rompe il modello materno ideale postulato dagli scritti platonici, arrivati fino al XX secolo.

Questo personaggio femminile moraviano ha sovvertito i modelli della società patriarcale e il simbolismo della rappresentazione materna  perché non compone, dunque, la cellula della società, della famiglia.

Nell’opera Gli Indifferenti, il tema principale è l’alienazione dell’uomo, la separazione della società e la fragilità delle relazioni. Questa fragilità è presente nel  rapporto materno tra Mariagrazia e i suoi figli Michele e Carla. In questo romanzo moraviano, sono cinque i personaggi: la madre Mariagrazia, i figli Michele e Carla, l’amante della matriarca, un uomo d’affari chiamato Leo e Lisa, l’ amica di Mariagrazia. I rapporti che legano i personaggi tra loro si sono svelatifin dalle prime pagine del romanzo. Il tema principale de Gli indifferenti è, appunto, il rapporto di indifferenza tra di loro. Quest’indifferenza si trasforma in un’accettazione passiva della realtà della vita come ipocrisia e della  totale incomunicabilità tra i personaggi.

In questo romanzo è rappresentato il disfacimento di una famiglia dell’alta borghesia resa indifferente ai valori morali visto che esiste una falsità nei comportamenti e un’incapacità di compiere scelte.

Il romanzo è ambientato nell’ano 1929, epoca di dittatura fascista. Il romanzo si svolge soprattutto nella lussuosa villa di Mariagrazia, un’abitazione di gran valore. La famiglia Ardengo è una famiglia aristocratica fallita in una gravissima crisi economica e sarà probabilmente costretta a consegnare la villa all’amante della madre, Leo Merumeci.

È interessante percepire che i cinque personaggi Mariagrazia, Lisa, Michele, Carla e Leo nel corso della storia hanno il loro sguardo, vale a dire, i loro pensieri, concentrati sui fatti narrati, senza, però, assumere un atteggiamento che permetta un cambiamento del loro comportamento nella narrazione. Gli atteggiamenti di questi personaggi ritornano allo stesso punto di partenza, e nulla si risolve.

Il personaggio materno cerca a tutti i costi la difesa della sua posizione sociale, visto che è una rappresentante della vecchia aristocrazia che vive in un mondo di lusso nonostante la sua realtà economica sia precaria.

La sua maggior preoccupazione è quella di mantenere le apparenze, frequentare gli stessi ambienti che soleva frequentare prima del fallimento, non rendendosi conto, così, dei progressi del suo amante Leo Merumeci nei riguardi di sua figlia. Mariagrazia è una donna di mezza età, che si preoccupa solo della propria bellezza, della preservazione dello status sociale e del suo amante. C’è un rapporto di incomunicabilità con i figli che genera sentimenti di disprezzo verso la figura materna.

Questi sentimenti sono espressi dai personaggi Carla e Michele nei riguardi di Mariagrazia: i figli non nutrono alcun amore, rispetto o la minima dimostrazione di affetto. Il risultato è un rapporto disastroso tra madre e figli.

La matriarca della famiglia, Mariagrazia, non viene descritta fisicamente, ma soltanto dal modo come si pettina e si trucca, essendo rappresentata come dotata di un atteggiamento insicuro ed indeciso. Inoltre, il suo aspetto, descritto dai colori vivaci dei vestiti, riflette una maschera stupida e patetica. Il personaggio è una donna gelosa e insicura, come si vede nel brano[4] “Mamma è gelosa di te” disse guardandolo; “per questo ci fa a tutti la vita impossibile”.

La maggior preoccupazione di Mariagrazia era manternersinel suo ceto sociale perciò non ha capito l’interesse lascivo del suo amante verso sua figlia Carla. I figli di Mariagrazia hanno un rifiuto verso il ruolo che la matriarca cerca di rappresentare nella società, quello di una madre premurosa e doverosa con i figli.

La matriarca Ardego utilizza la maschera perché essa è una rappresentazione del personaggio nella società. Lei si traveste e non mostra chi è veramente al le persone che sono intorno a lei.

La maschera e il volto sono ispirazioni che erano utilizzate dallo scrittore e drammaturgo italiano Luigi Pirandello (1867-1936), queste nozioni sono venute del teatro del grottesco. In questo teatro, Pirandello utilizza la struttura epica per spiegare la maschera che riflette l’esterno, che rivela che l’uomo è schiavo di pregiudizi e condizionamenti sociali e della famiglia. In questo senso, la società vuole imprigionare l’uomo nei suoi concetti immaginari e la sua apparenza è fatta dall’io degli altri.

Anche l’altro personaggio, Lisa, vive di apparenze nella storia di Moravia, fallita  dopo aver avuto i suoi gioielli presi da suo marito e anche aver avuto un rapporto con Leo Merumeci. Lisa si innamora di Michele. Non essendo corrisposta dal giovane, lei è delusa. Il personaggio ha una storia di gelosia e di invidia nei confronti  con  gli Ardengo ed i Merumeci.

Attraverso i discorsi di Michele e Carla possiamo analizzare il rapporto tra la madre e i figli. Il figlio maschio, Michele, fa delle riflessioni dove si avverte la falsità nella quale sono immerse la vita e la sua famiglia, un personaggio indifferente a tutto, anche se consapevole di aver perso la sua casa a Leo. “Perchè ha è sorriso?” Egli ripetè. Perchè tutto questo mi è indifferente… e anzi quasi mi fa piacere.”[5] Pur odiando l’amante della madre, ne ammira la ricchezza.

Tra gli Ardengo, Michelle è l’unico indifferente del romanzo ed è l’unico in grado di capire la rovina morale ed economica della famiglia, nonché la mancanza dell’amore materno. La sua volontà di cambiare è minata da un’apatia profonda, dalla noia, dalla disperazione. Tuttavia, non è in grado di intraprendere nessuna azione; riesce soltanto a riflettere sulla situazione in cui è inserito. Il suo rapporto con la madre è di disprezzo, e nella seguente citazione è possibile capire il pensiero di Michele sulla propria madre:

Per un instante, senza parlare,  egli la guardò:  “daresti un dispiacere a tua madre,” si ripeteva e la frase gli pareva a un tempo ridicola e profonda. “Ecco” egli pensò con un disgusto superficiale; “si tratta di Leo […] del suo amante […] eppure ella non esita a tirare in ballo la sua qualità di madre”. Ma la frase era quella: “daresti un dispiacere a tua madre”, ripugnante e inconfutabile, distolse gli occhi di quella faccia sentimentale; dimenticò ad un tratto tutti i suoi propositi di sincerità e di collera: “E in fin dei conti” penso “tutto mi è indifferente”. […] (Moravia 2001, p.27)

Il rapporto materno per tutto il romanzo è costruito, dallo sguardo dei bambini, e soprattutto dell’amica Lisa. Ne abbiamo una conferma nel brano indicato:

Lisa stette per un instante ad ascoltare sopra pensiero quell’ eco, poi guardò Mariagrazia; si meravigliò; era mai possibile che quella faccia adirata e gelosa riflettesse… l’amor materno? E che capisce d’amor materno era quello che faceva incollerire sino a quel punto una donna che non si era mai mostrata eccessivamente tenera coi i figli suoi? O   non era piuttosto gelosia carnale, gelosia d’amante… Improvvisamente capì: il primo sentimento fu di sollievo; poi guardò la madre e il dubbio le tornò. (Moravia 2001, p.185)

L’altro personaggio è Carla, una bella ragazza sensuale. Lei è stanca della vita e delle situazioni sempre uguali, squallide e vittima di uno stato di prostrazione. È ossessionata dal bisogno di cambiare vita e cerca di farlo attraverso il suo corpo, la suasensualità. Perciò, decide di andare a letto con Leo, amante della sua madre, dal momento che vede in quest’azione l’unica via di uscita dalla sua esistenza monotona.

Perciò, la figlia femmina, Carla, conduce una vita senza prospettive e finisce per riprodurre il modello della madre, quello di mantenere lo status sociale. La giovane vede nell’amante della madre l’unica possibilità di una vita migliore e finisce per cedere ai richiami erotici di Leo Merumeci. Si osserva, nel brano qui di seguito, anche, la competizione tra madre e figlia:

“Non è strano?” si diceva; “domani mi darò a Leo e così dovrebbe incominciare una nuova vita…  e appunto domani è il giorno in cui sono nata;” si ricordò di sua madre; “ed è col tuo uomo” penso “ed è col tuo uomo,  mamma che andrò”. Anche questa ignobile coincidenza, questa sua rivalità con la madre le piaceva; tutto doveva essere impuro,  sudicio basso,  non doveva esserci né amoré né simpatia, ma solamente un senso cupo di rovina. (Moravia 2001, p.37)

Il personaggio Carla, come la matriarca Ardengo, soffre il dominio dell’amante di sua madre. È il dominio economico che conduce i due personaggi a a un rapporto sessuale; Carla sposerà Leo per mantenere  la posizione economica e sociale della matriarca. Così, tutte i due madre e figlia, diventano il locus dell’esercizio del potere maschile, nel caso specifico di Leo Merumeci.

Questo tipo di dominio maschile, può essere esemplificato dai personaggi nel lavoro di Moravia alla luce del commento di Bourdieu (2011, p.31):

Se a relação sexual se mostra como uma relação social de dominação, é porque ela está construída através do princípio de divisão fundamental entre o masculino, ativo, e o feminino, passivo, e porque este princípio cria, organiza, expressa e dirige o desejo – o desejo masculino como desejo de posse, como subordinação erotizada, ou mesmo, em última instância, como reconhecimento erotizado da dominação. [6]

La struttura della famiglia rappresentata nel romanzo di Moravia presenta un profilo che rompe con il moralismo sociale diffuso da Benito Mussolini, propagato al tempo del fascismo[7]. Moravia presenta nella sua opera, una borghesia dominata da ideali materialistici, come il sesso e il denaro, e priva di qualsiasi valore morale. Si osserva così che lo scrittore descriveva i valori della famiglia romana propagati dalla dittatura italiana.

La società al momento de Gli Indifferenti è descritta da Moravia in un’intervista al giornalista Alain Elkann (2000, p.32), quando afferma:

l’unica cosa che si vede veramente in quel romanzo; una società ambiziosa, ignorante e bovaristica, ancora legata ai pregiudizi della borghesia di provincia. Era la piccola borghesia di un paese povero, poverissimo, che da secoli moriva di fame.

Nel romanzo Gli Indifferenti, i personaggi non sono descritti fisicamente; c’è un’analisi dei personaggi attraverso i monologhi interiori, all’interno dei quali sono percepiti le abitudini e gli interessi di ciascuno.

Così, la matriarca della famiglia non viene descritta dal loro aspetto fisico, ma dal suo carattere, come si vede in Moravia (2001, p.32): “[…] Con suo passo malsicuro; e nell’ ombra la faccia immobile dai tratti indecisi e dai colori vivaci pareva una maschera stupida e patetica” e “[…] di quella faccia molle e dipinta una maschera pietrificata in un’espressione di patetico smarrimento […]”.

Mariagrazia sta perdendo progressivamente ogni legame con la realtà autentica della vita e si può percepire dai suoi gesti e dalle parole. Lei soltanto sogna le soluzioni impossibili, ricchezze e agi come i soli che permettano di sopravvivere.

Preoccupata dalla situazione finanziaria, non si accorge del mondo che frana intorno a lei, dell’ira e del disgusto che provoca nei figli con le sue scenate di gelosia, delle intenzioni ambigue di Leo, del suo tradimento con la figlia, delle cadute morali del suo figlio Michele.

La distruzione della figura materna è costante nel lavoro, in quanto il personaggio è legato ai tabù sociali e soggetto all’imposizione della morale del tempo, descritta nel romanzo, mentre allo stesso tempo, ha un amante che rappresenterebbe la sua uscita dai problemi economici della propria famiglia.

Mariagrazia sa che l’ipoteca sulla sua casa sta scadendo e c’è la possibilità che lei e i suoi figli debbano abituarsi ad uno stile di vita più modesto. Questo per la matriarca dela famiglia Ardengo è inconcepibile,  per evitare la povertà si affida alla sua relazione con Leo, nella speranza che l’antico legame la salvi dal suo futuro incerto.

Il personaggio Mariagrazia è costruito attraverso il suo discorso; più che i suoi modi, possiamo analizzare i tratti che formano il suo carattere materno. La figura materna nel romanzo di Moravia non riconosce il declino fisico di donna matura e neanche quello sociale, che vive solo la falsità della società con le sue convenienze.

Un’altra caratteristica di questo personaggio è l’apprezzamento della ricchezza materiale del suo amante, che era un uomo d’affari. La matriarca assume nella narrativa una posizione a favore del suo amante e contraria ai suoi figli, a causa del fatto che era un borghese, in chiave di entità politica, sociale ed economica.

Non si può mica dir sempre la verità in faccia alla gente… le convenzioni sociali obbligano spesso a fare tutto l’ opposto di quel che si vorrebbe… se no chi sa dove si andrebbe a finire. (Moravia 2001, p.55)

Il romanzo di Moravia presenta una forma di violenza prepotente e oppressiva, ossia, una violenza “psicologica”, che Mariagrazia infligge ai figli.

[…] daresti un dispiacere a tua madre, si ripeteva […]

No, non sicurarti osservò a questo punto Lisa che aveva seguito la scena com la più grande attenzione,tutti la guardarano: Ti ringrazio tanto, Lisa” continuò la madre offesa e teatrale; proprio tanto di alzzarmi contro mio figlio. […]

Ho fatto quel che avete voluto, disse bruscamaente e ora permette che vada a dormire perchè sono stanco. Girò su stesso come uma marionetta e senza salutare nessuno uscì nel corridoio. (Moravia 2001, p.27-28)

Per comprendere questo aspetto, nel  racconto di Moravia, si confrontare il seguente brano in cui Bourdieu (2007, p.7) afferma che:

Chamo de violência simbólica, violência suave, invisível a suas próprias vítimas, que se exerce essencialmente pelas vias […] simbólicas da comunicação e do conhecimento, ou, mais precisamente, do desconhecimento, do reconhecimento, ou, em última instância, do sentimento.[8]

Mariagrazia esercita, dunque, una “violenza simbolica” su Carla e Michele. La situazione viene sentita dal senso di rifiuto dei suoi figli e anche di Lisa.

Michele era di cattivo umore: gli avvenimenti della sarà avanti gli avevano lasciato um malcontento ipocondriaco; capiva che bisognava una buona volta vincere la propia indifferenza e agire; senza alcun dubbio l’azione gli veniva suggerita da una lógica estranea alla sincerità; amor filiale, odio contro l’ amante di sua madre, affetto familiare, tutti questi erano sentimenti che egli non conosceva…ma che importava? (Moravia 1979, p.190)

La matriarca è la rappresentazione  contraria  agli attributi della madre casalinga stabiliti dalla struttura tradizionale della famiglia del fascismo di Benito Mussolini, assumendo un ruolo decisamente diverso.

Così, si può affermare, come visto anteriormente che il personaggio di Mariagrazia non può essere interpretato dentro un modelo tradizionale di famiglia patriarcale, neppure come rappresentante del modello di comportamento materno della propaganda fascista italiana della prima metà del secolo XX. In questa narrazionemoraviana  ha luogola svalutazione del ruolo dell’ immagine materna.

Per concludere, può essere visto in questo romanzo Gli Indifferenti, la piena sconfitta degli ideali onesti e tradizionali della famiglia.

Il punto di partenza del romanzo è la crisi  dei valori della società del secolo XX. I cinque personaggi del romanzo vivono privi di affetti e racchiusi nelle maschere d’ipocrisia. Carla e Michele sono l’anima del romanzo che dimostrano in primo momento un tentativo di ribellione contro la situazione nella quale loro vivevano. Ma la società corrotta finisce col corrompere anche Michele e Carla con l’inquinare anche le coscienze oneste, che non vorrebbero accettare la corruzione e l’ipocrisia. Persino il carattere matriarcale di Mariagrazia sfugge all’archetipo della madre. Lei non è un personaggio tipico del tradizionale romanze borghese sempre cercando di agire a seconda dei suoi sentimenti suggestionabili.

Dunque, lo scrittore romano, Alberto Moravia descrive nel suo romanzo Gli Indifferenti personaggi che cercano il sucesso, ossia, il denaro, lo stato sociale. Giungere al successo è quello che importa, non il modo come lo si conquista. Tutto in questa società diviene comico e falso, perché non c’è sincerità nè autenticità di sentimenti.

 

Referenze bibliografiche

ASOR ROSA, Alberto. Storia della Letteratura Italiana. Firenze: La Nuova Italia, 1985.

BOURDIEU, Pierre. A dominação masculina. Tradução de Maria Helena Kühner. Rio de Janeiro: Bertrand Brasil, 2011.

CARDOSO, Marinês Lima. O estudo das personagens da obra Gli Indifferenti de Alberto Moravia. Faculdade de Letras. Universidade Federal do Rio de Janeiro: Rio de Janeiro, 2005 p.64-84.

CERNIGLIARO, Maria Angela. L’Italia è cultura. Roma: Edilingua, 2010.

ELKANN, Alain. Vita di Moravia. Milano: Bompiani, 2000.

MORAVIA, Alberto. Gli Indifferenti. Milano: Bompiani, 1929

._____________. Os Indiferentes. Tradução de Álvaro de Almeida. Rio de Janeiro: Edições Livros do Brasil, 1993.

PERROT, Michelle. História das Mulheres no século XX. Tradução de Claudia Gonçalves e Egito Gonçalves. Porto: Edições Afrontamento, São Paulo: Ebradil, 1991. 4 º vol.

____________. Minha história das Mulheres. São Paulo: Contexto, Tradução de Angela M. S. Correa – 2ª edição. 2012.

PIAZZA, Ada Ruata & GLIOZZI, Giuliano. Tuttostoria. Corso di storia e di educazione civica per la scuola media. Torino: Petrini,1989.

PLATÃO. A República. Tradução Pietro Nassetti. São Paulo: Martin Claret, 2012.

 

Come citare questo testo:

GOMES, A. C. S. Il personaggio materno Mariagrazia nel romanzo Gli Indifferenti di Alberto Moravia. In: BRUNELLO, Yuri; SILVA, Rafael; MARCI, Giuseppe (orgs.). Novas perspectivas nos estudos de Italianística. Fortaleza: Substânsia, 2015.

[1] È dottoranda in Lettere Neolatine all’Università Federale di Rio de Janeiro/UFRJ.

[2] Introduzione di Edoardo Sanguinetti per Gli Indifferenti. (Moravia 2001, p.XVII)

[3] Tutte le donne sono comuni a tutti questi uomini, e non coabitarà, in particolare, con nessuno di loro, e, a sua volta, i bambini saranno in comune, né i genitori sapranno chi sono i loro stessi figli, o genitori dei bambini. (La traduzione è nostra)

[4] Moravia (1993, p.10).

[5] Ibid, 21.

[6] Se il rapporto è mostrato come un rapporto sociale di dominio, è perché è costruito prendendo una divisione fondamentale tra il maschile attivo e il femminile passivo, e perché questo principio crea, organizza e dirige il desiderio espresso – il desiderio maschile come desiderio di possesso, subordinazione come erotizzato, o anche, in ultima analisi, in riconoscimento del dominio erotizzato. (Bourdieu 2011:31) (La traduzione è nostra)

[7] La politica fascista di  Benito Mussolini tendeva all’ incremento demografico, all’aumento delle nascite e considerava l’aborto come un crime contro lo stato, censurava anche l’educazione sessuale. (Piazza & Gliozzi 1989:254-260)

[8]Chiamo violenza simbolica la violenza discreta, invisibile alle sue propie vittime, che ha essenzialmente il modo […] la comunicazione simbolica della conoscenza, o, più precisamente, la mancanza di riconoscimento, o, infine, la sensazione. (La traduzione è nostra)